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Vi siete chiesti perché molte importanti aziende italiane e internazionali – tra cui Plasmon, Colussi, … e tante altre – hanno scelto di eliminare l’olio di palma dai loro prodotti? Perché l’olio di palma è un killer che distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino: la nostra salute, gli animali, le foreste, l’ambiente dove vivono intere popolazioni costrette ad emigrare.

Ci sono però alcune grosse aziende a cui tutto questo non interessa. Parliamo di Ferrero, Nestlé, Unilever, Unigrà, che preferiscono difendere i loro enormi interessi nell’olio di palma. Per questo, di fronte a un’ondata sempre crescente di famiglie informate e consumatori consapevoli che rifiutano di comprare prodotti con l’olio killer, hanno dovuto correre ai ripari: ecco quindi approdare in TV uno spot promosso dalla neonata ‘Unione italiana per l’olio di palma sostenibile’, associazione costituita dalle suddette imprese che con quest’olio fanno facili guadagni a discapito della nostra salute e dell’ambiente. Il messaggio dello spot televisivo è bucolico, quasi commovente: l’olio di palma è naturale, non presenta rischi per la salute e la sua coltivazione ‘sostenibile’ aiuta a rispettare la natura. Certo, un po’ come dire che un cacciatore ama gli animali.

Che l’olio di palma sia “naturale” è la prima menzogna.

I frutti della palma, in quanto deteriorabili, vengono sterilizzati, snocciolati, cotti, pressati e filtrati. Successivamente, subiscono un processo di raffinazione con deodorazione, decolorazione e neutralizzazione che riducono l’acidità dell’olio. Il prodotto finale, di colore bianco-giallino è un prodotto scadente, costituito per circa il 50% da grassi saturi.

E’ di pochi giorni fa l’avvertimento dell’Istituto Superiore della Sanità, che ha messo in guardia gli italiani dal consumo di questi grassi, poiché danneggiano la salute e, in particolare, causano un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, soprattutto nei bambini e nei soggetti a rischio.

Nell’olio di palma si trova, infatti, una concentrazione altissima di acido palmitico, circa il 44%, a cui le fonti più autorevoli imputano l’aumento di colesterolo e i rischi cardiovascolari. Lo dicono ad esempio l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Center for Science in the Public Interest, la statunitense American Heart Association e l’Agenzia francese per la sicurezza alimentare, ripresa anche dal Consiglio Superiore della Salute del Belgio.

Fino ad ora l’olio di palma si era incredibilmente diffuso: è presente nei dolci industriali, come biscotti, merendine, torte e persino nel latte per neonati! Ecco perché è praticamente impossibile monitorare il quantitativo totale di questi grassi che ogni giorno mettono in pericolo il nostro cuore e la nostra salute.

Ma veniamo ora all’affermazione più ridicola e falsa: l’olio di palma, se sostenibile, aiuterebbe a proteggere la natura. Esiste davvero una coltivazione dell’olio di palma ‘sostenibile’? Può un olio killer proteggere la natura? NO!Non può.

Da anni, precisamente dal 2007, il Programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) ha decretato l’olio di palma come causa principale di distruzione delle foreste pluviali. Tra il 2000 ed il 2012 la sola Indonesia ha perso 6 milioni di ettari di foresta tropicale, un’area grande all’incirca come l’Irlanda. I danni sono inimmaginabili: perdita definitiva di piante ed animali, cioè della biodiversità, oltre 1.500 specie di uccelli a rischio estinzione, e la morte di specie come le tigri di Sumatra, il rinoceronte di Giava, elefanti e oranghi.

Ma non solo. La produzione di olio di palma costringe numerose popolazioni locali e indigene a migrazioni forzate. Gli abitanti delle zone interessate dalle piantagioni vengono privati della terra e della casa o costretti a lavorare nelle monocolture di palme senza alcun diritto. Basti pensare che l’industria malese dell’olio di palma è stata più volte denunciata dal Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti per avere sfruttato il lavoro di bambini e il lavoro forzato.

La truffa della presunta coltivazione ‘sostenibile’ dell’olio di palma si basa su un progetto fallimentare: la certificazione della RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), un’associazione composta da aziende, grande distribuzione e associazioni ambientaliste, che non è stata in grado di fermare né rallentare il disastro ambientale in atto. Questa certificazione di presunta sostenibilità, è interamente dipendente dalle multinazionali del settore: sono loro, infatti, ad autocertificarsi e autocontrollarsi. Cioè, controllore e controllato sono lo stesso ente! (Per capirci, è la stessa cosa che avviene oggi per le banche in Italia, con il risultato delle truffe ai danni dei risparmiatori).

Si sono inventati persino una nuova certificazione ‘sostenibile’ (POIG, costola del RSPO che l’unione si propone di adottare dopo il 2020), che all’apparenza sembra un miglioramento rispetto alla situazione attuale: la coltivazione dovrebbe avvenire senza tagliare foreste vergini, preservando le torbiere, nel rispetto degli ecosistemi e, soprattutto, usando terra non proveniente da aree sottoposte ad incendi volontari.

Ma purtroppo non è altro che una presa in giro: l’olio di palma “sostenibile” non esiste, o meglio è il più grande caso di green washing mai visto! Nella realtà le foreste primarie verranno tagliate e bruciate ad un ritmo sempre crescente per far fronte all’espansione della domanda spinta anche dal falso senso di sicurezza che queste certificazioni generano nei consumatori.

Il trucco è semplice. Prima viene tagliata e bruciata foresta vergine per convertirla in piantagioni di olio di palma. Poi, trascorso qualche anno dalla deforestazione illegale, basta richiedere la certificazione agli enti certificatori i quali, prima di assegnare l’attestato di “sostenibilità”, dovrebbero accertare che la piantagione sia stata realizzata su un’area agricola non forestale e che venga condotta nel rispetto dei principi previsti. Tuttavia questa verifica è inattuabile, dato che mancano registri e mappature aggiornate dei cambiamenti di uso del suolo, e manca anche la volontà di controllo da parte delle autorità: molti degli Stati produttori di olio di palma in realtà favoriscono la deforestazione per valutazioni economiche a breve termine o per la corruzione.

Ma la cosa è ancora più drammatica. Nell’agricoltura dei tropici, dopo circa 15 anni, una piantagione ricavata su quello che era un suolo forestale perde totalmente la propria fertilità e ciò finisce per compromettere la produzione. Viene quindi destinata all’abbandono e il ciclo vizioso riprende con nuova deforestazione.

Con questi ritmi tutte le foreste indonesiane saranno distrutte entro qualche decennio e con loro andranno perduti biodiversità e servizi eco-sistemici cruciali per la sopravvivenza delle popolazioni locali e per gli equilibri del nostro pianeta.

La distruzione delle foreste concorre a peggiorare il cambiamento climatico perché i suoli deforestati liberano enormi quantità di gas serra che, a livello globale, contribuiscono quasi come l’intero settore dei trasporti. Al contrario proteggere le foreste è una necessità per limitare i danni del clima impazzito.

L’unica soluzione sostenibile è quella già intrapresa da molti italiani: informarsi e iniziare a scegliere nel momento di fare la spesa. Leggendo l’etichetta e rimettendo negli scaffali i prodotti che contengono olio di palma. Per fortuna le alternative esistono! (ti mando un link con l’elenco delle principali aziende e prodotti senza olio di palma).

Boicottare l’olio di palma vuol dire incentivare le aziende a utilizzare oli vegetali prodotti in Europa senza produrre nuova deforestazione, morte di piante ed animali, violazione dei diritti delle popolazioni indigene e favorendo l’economia italiana ed europea.

Vuol dire incentivare le aziende a produrre in modo più sano, tutelando soprattutto la salute dei bambini italiani, che risultano essere i più grassi d’Europa.

La vera sostenibilità è scegliere i prodotti giusti: senza olio di palma.

Informati e contribuisci su www.oliodipalmainsostenibile.it!

E’ una scelta facile e veloce a favore della nostra salute, del nostro pianeta, dei nostri figli.

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